American Gods 1x01, "The Bone Orchard": la recensione
Inizia a prendere corpo l'eclettico Olimpo pagano di Neil Gaiman nella prima puntata di American Gods, ideata da Bryan Fuller e Michael Green
Concedendosi il lusso di ampliare a proprio piacimento la materia letteraria di Gaiman, American Gods si apre con un prologo inesistente nel romanzo, eppure perfettamente calzante: un gruppo di guerrieri del nord Europa approda sulle spiagge del continente americano, che riserva loro un'amara accoglienza, spingendoli - a seguito di sacrifici più o meno cruenti - a riprendere il mare con ratta sollecitudine, abbandonando ogni proposito di conquista. Una manciata di secoli dopo, saranno proprio gli dèi da loro invocati nel momento del bisogno a tentare di soggiogare il Nuovo Mondo, incontrando la resistenza delle giovani divinità autoctone.
La regia dell'inglese David Slade - il cui tocco sapiente è già stato ampiamente dimostrato dietro la macchina da presa di Breaking Bad e Hannibal, e che è attualmente al lavoro sulla quarta stagione di Black Mirror - culla lo sguardo dello spettatore, suggestionandolo col rosso del sangue come farebbe un esperto torero di fronte all'avversario; rossa è anche l'alcova di Bilquis (Yetide Badaki), in una scena che lega in modo inequivocabile l'atto sessuale alla morte, riproponendo pedissequamente una situazione letteraria che era difficile immaginare trasposta sul piccolo schermo senza il rischio di scivolare nel ridicolo. Il sorriso enigmatico di Mr. Wednesday, incarnato da uno Ian McShane in stato di grazia, sembra avvolgere tutta la puntata in una bolla di sottile ironia, elemento essenziale per la comprensione di un prodotto come American Gods.
Di ingredienti per convincere il palato dei fan di Gaiman, questo pilota ne offre a volontà, combinati a creare un piatto tanto ricco quanto invogliante a proseguire il pasto. È presto, certo, per cantar vittoria, ma lo stile accattivante e personalissimo sfoggiato nei primi sessanta minuti fa ben sperare sul prosieguo di questo peculiare tripudio, che anela in ogni suo afflato a un'estetica barocca, eppure straordinariamente moderna.