Banel e Adama, la recensione
Una storia di ribellione, amore, dolcezza e Senegal a tinte forti anima Banel e Adama, che tuttavia è affossato dagli interpreti
La recensione di Banel e Adama, il film presentato in concorso al festival di Cannes
Evitando grazie al cielo il naturalismo al quale il cinema africano da festival sembra obbligato e invece lavorando di fino le immagini, con saturazione alta e una mescolanza molto attraente di colori freddi e colori caldi nelle scene notturne, Ramata Toulaye-Sy crea un Senegal non reale ma sentimentale, cerca di trasformare il caldo che uccide le vacche in una dimensione visiva e al tempo stesso fa il lavoro del cinema più commerciale: usare le immagini per convogliare i sentimenti dei protagonisti. L’idea è tanto più opportuna visto che i due attori principali non brillano per espressività, Khady Mane nel ruolo di Banel si difende ma Mamadou Diallo in quello di Adama è monocorde.
Molto meglio la scrittura, tenera e dolce, tutta dal punto di vista di lei e del suo desiderio di emanciparsi. Temi da teen movie in un film adulto che cerca un romanticismo perduto in uno scenario in cui non siamo abituati a vederlo. Banel infatti è una donna indipendente della parte nord del Senegal a religione islamica e questa è sostanzialmente la sua di storia. Lei è in scena dall’inizio alla fine, condizionata dalle scelte di Adama (che approva e indirizza) e molto più tenace di lui nel battersi contro la tradizione, contro la maniera in cui il villaggio e il mondo intorno a lei intende posizionarla e contro la superstizione. Certo Banel e Adama poteva anche essere un buon film romantico se solo i due avessero avuto un po’ di chimica, ma quello, unito al fatto che non si tocchino mai (il che richiederebbe una recitazione ancora più precisa e potente), tiene il film alla larga dall’esplosione sentimentale.