[Cannes 2016] Fai bei sogni, la recensione
Privo delle sue armi più affilate e vittima dei suoi peggiori difetti, Fai bei sogni è migliore nella testa dello spettatore che sullo schermo
La storia è quella di un giornalista che da piccolo ha perso la madre e da adulto si trova a fare i conti con un'assenza di cui non conosce tutte le ragioni. Giocato tra flashback e presente con l'incombente e un po' puerile ricorenza delle immagini dello sceneggiato Belfagor, che nell'infanzia del Gramellini di Mastandrea accompagnarono il momento della scomparsa, Fai Bei Sogni con la scusa della madre inanella diverse scene nelle quali il protagonista si trova a gestire il rapporto con il passato o il presente. Sono le celebrazioni del Grande Torino e della morte dei suoi giocatori, l'avventura in Kosovo (pienamente nel proprio tempo) e soprattutto l'attimo in cui tutto cambia e la sua carriera fa un salto di qualità.
Bellocchio è cineasta di immagini, artefice di un cinema che spesso sfugge alla logica e abbraccia la pura suggestione, trovando lì di nuovo un senso logico (si pensi a Bella addormentata, quando senza un perchè i politici escono dal parlamento e dietro la porta non c'è una stanza ma un telone su sono proiettate immagini televisive della stanza del parlamento, logicamente non ha senso ma è una bomba inattesa che racconta benissimo la spettacolarizzazione della politica), Fai bei sogni però cerca un paradossale racconto lineare, in certi punti addirittura procede come un giallo in cui scoprire come sia avvenuta una morte, tutti territori che paiono silenziare le armi migliori di questo cineasta.
Anche la bella idea di mettere in relazione la memoria personale con quella collettiva, la difficoltà di vivere il presente con i suoi trionfi e i suoi momenti topici se si è prigionieri del passato, si perdono inevitabilmente, e il film diventa un'elucubrazione più reale nella testa dello spettatore che sullo schermo.