[Cannes 2016] The Neon Demon, la recensione
Intrappolato nelle ossessioni per la bellezza, il fetish e lo stile Refn perde un film iniziato bene. The Neon Demon finisce per essere un pasticcio sfilacciato
Un inizio perfetto per la storia di una ragazza di provincia che approda a Los Angeles per lavorare nella moda. Sei Donne per l’Assassino rivisto da Refn. Ma non è così.
Non è una scena di sesso ma la sua iniziazione alla moda sembra una violenza sverginante di piacere estetico. L’introduzione in un mondo che non conosceva e che la vuole possedere. Magari fosse stato tutto così il resto del film!
È chiaro che Refn è lì che vorrebbe andare a parare, nel fetish, nell’ossessione del dettaglio, nell’estetica pura e maniacale, la bellezza dello stile utilizzato al massimo, dai neon ai set in piscina, dai colori ai trucchi in volto. Tutto per lo stile, tutto per la bellezza e i capezzoli in vista dietro la pelle. Ma se ancora ancora la prima parte regge e monta un intreccio che sembra promettere bene (l’entrata in scena di Keanu Reeves è da manuale vero, da cinema italiano di paura anni ‘60; il breve pezzo di Christina Hendricks invece è un gioiello di grottesco), da metà in poi The Neon Demon si chiude su se stesso, oltrepassa lo specchio e perde ogni trama o intreccio cercando la sola astrazione.
Qui le stesse trovate, gli stessi ralenti e lo stesso strano modo di utilizzare frame che paiono fotografie in un film che cerca la sinestesia pura (finendo per trovarla in sequenze che potrebbero essere state rubate a Tron Legacy), non riescono mai ad andare in una direzione chiara. L’impressione finale è quella di un film sfilacciato che manca di unità e coesione e che nemmeno un finale più duro e splatter può più salvare.