[Cannes 2016] La Pazza Gioia, la recensione
Capace di unire uno sguardo tenero con una sceneggiatura cinica, La pazza gioia è uno dei migliori gioielli della mitologia filmica italiana contemporanea
Paolo Virzì da sempre fa cinema italiano classico, porta sulle sue spalle un'eredità pesantissima e la mette in scena ogni volta cercando contemporaneamente di guardare avanti, a modo proprio cerca di portare avanti un'idea di cinema che lo precede. Non è nè un merito nè un difetto ma una scelta che lo caratterizza. Come potrebbe quindi un film così classico far compiere alle proprie protagoniste l'atto che nemmeno Umberto D. aveva il coraggio di compiere? Il risultato è che attraverso l'ostinata resistenza di questi esseri umani al desiderio di porre fine a tutto si manifesta un'umanità così caratteristica dello spirito nazionale per come lo ha sempre messo in scena il cinema, che commuove. C'è una coerenza così invidiabile tra l'ostinazione a tenere duro e la contaminazione tra dramma e commedia (qui tesa fino agli estremi) che è invidiabile. In un paese in cui non si raccontano finali suicidi ma personaggi che "andranno avanti", anche se non si sa come, le commedie non possono che essere contaminate di dramma e le tragedie non possono che far anche ridere. La Pazza Gioia in ultima analisi mette in scena questo: la nostra ostinazione a non contemplare il nichilismo quando raccontiamo il mondo. Ed è inebriante vederlo accadere sullo schermo.
Come si può guardare con tenerezza personaggi le cui azioni sono così poco condivisibili? Non aderendo al loro punto di vista (che è folle, per l'appunto) ma simpatizzando con le loro pulsioni. Per questo tra Micaela Ramazzotti, matta introversa e dura picchiata dalla vita, e Valeria Bruni Tedeschi, donna ricca, viziata e arrogante ad un livello tale da sconfinare nella follia, è la seconda a conquistare, non solo per il suo essere la linea comica del film (mentre Micaela Ramazzotti dovrebbe essere quella sentimentale) ma perchè sono suoi i momenti in cui la tenerezza si unisce alla presa di distanza, è lei la più difficile da condividere eppure la più facile da comprendere. Non è nemmeno una questione di interpretazioni, per quanto possa sembrarlo, ma di conflitto interno al personaggio.
Quella malinconia che intenerisce nonostante tutto e quel rifiuto immotivato della soluzione più radicale che grida cinema italiano da ogni poro, prendono davvero corpo nella matta piena di profumi, vita e immotivata voglia di fare, tutto nel nome di una gioia che si presenta quindi come "pazza" non perchè "forte" ma perchè esiste nonostante non abbia ragione per farlo.