[Cannes 2016] I, Daniel Blake, la recensione
Di nuovo la working class che mantiene la dignità nelle difficoltà, di nuovo un uomo di buon cuore, di nuovo Ken Loach. I, Daniel Blake è solo ripetizione
Tutto è finalizzato all'idea che sono gli uomini ad aiutarsi quando lo stato non c'è o non lo può fare, che ci sono e ci saranno sempre i "compagni", gli altri lavoratori, gli unici che possono comprendere, in un trionfo di pance alcoliche, pub, birre, canzonacce, tute, periferie e abiti sdruciti. Ma felici.
I, Daniel Blake, addirittura riprende anche l'espressione di autodeterminazione nel titolo che già c'era in My name is Joe.
A noi toccano invece film come I, Daniel Blake, insipidi e talmente convinti dei propri prinicpi da non riuscire ad ottenere l'effetto di quelli che oggi sono i film migliori, cioè l'equilibrio ideologico, la messa in crisi di qualsiasi convinzione e la complessità di ogni situzione. Per Loach invece tutto è molto semplice, talmente tragico e in giusto da diventare semplice.
Un film da "maestro" quale Loach è considerato, era Il mio amico Eric in cui Cantona, a metà tra realtà e mitologia vivente, illustrava ad un povero postino come superare la propria crisi (forse il film più riuscito di quest'autore, l'unico che racconti davvero il mondo intellettuale della classe popolare con poesia concreta e poca retorica), ci sono una valanga di Daniel Blake che con candore vogliono impedire alle amiche di fare le escort, che costruiscono mobili in legno e si ostinano a scrivere curriculum a mano per trovare lavoro, come se fosse un merito!