Cannes 71 - The Spy Gone North, la recensione
Argo, il western e John Woo tutti insieme per The Spy Gone North e la sua vera storia di spie manovrate dai governi di Nord e Sud Corea
Lo spionaggio infatti ha inevitabilmente a che fare con l’etica, perché prevede bugie, tradimenti e concessione della fiducia, fare amicizia con qualcuno che verrà inevitabilmente tradito. Ideale o sentimenti, fedeltà alle persone o allo stato, sono le dialettiche basilari (gli unici i film di spionaggio in cui l’etica è cancellata sono solo quelli che raccontano di burocrati come La Talpa). Mescolare quest’esigenza alla fiducia spasmodica che il cinema di genere coreano ha ereditato da quello di Hong Kong verso la schiena dritta, è un matrimonio che da anni dà frutti meravigliosi.
The Spy Gone North parte quasi imitando Johnnie To, con dei protagonisti di cui non sappiamo nulla e che non lasciano capire niente di sè, macchine dedite al lavoro e nient’altro, mossi da una volontà di ferro e una convinzione granitica, con i quali empatizziamo giusto nelle scene di tensione. Sono semmai le loro controparti, cioè gli ingannati, che ci vengono raccontate con partecipazione (Lee Sung-Min è fantastico nel ruolo del funzionario comunista che lentamente e a fatica si apre al nuovo partner con crescente affetto sincero).
Nella seconda invece tutto cambia e il film oscilla tra le finalità di John Woo e il tono asciutto da western, tutto idee ed espedienti, coraggio e determinazione, fino ad un finale di pura commozione che capitalizza tutta la freddezza accumulata nel resto del tempo.
The Spy Gone North infatti conferma la struttura di questo sottogenere tutto particolare possibile solo in Corea, cioè il fatto che alla fine il vero villain sia sempre la politica, il sistema che prima unisce i protagonisti, costringendoli a superare le reciproche diffidenze, e poi gli ordina di separarsi quando hanno compreso di non essere diversi come gli hanno sempre detto (impossibile non pensare al bellissimo As One, anch’esso tratto da storia vera).