Cannes 71 - Yomeddine, la recensione
Anche in nordafrica si possono fare film in stile Sundance, Yomeddine lo prova con la sua carica di tenerezza, di adorabile stramberia e di ruffianeria per nulla onesta
Aperto da una scena che sembra lo stereotipo del cinema d’autore preso in giro da chi il cinema d’autore non lo guarda (nel silenzio di un’immensa discarica un lebbroso storpio ravana nell’immondizia con in sottofondo il ragliare solitario del mulo suo unico amico), Yomeddine replica tutti quegli espedienti con i quali quel cinema americano indie si è guadagnato i favori del pubblico arrufianandoselo nei modi più biechi.
I due sono anche adorabilmente ignoranti e fuori da tutto, trovano vecchie riviste americane e pensano che Warren Beatty sia qualcuno di importante, sbagliano pure le parole arabe più complesse scambiando le sillabe come bambini piccoli. Uno dei due infine suscita lo stupore di tutti quando si presenta con il nome con cui lo chiamano tutti: Obama.
Infelici ma ironicamente strambi, ridiamo di loro con l’illusione che anche loro riderebbero di se stessi se potessero capire, li guardiamo con un sorriso simile ad una paresi che nasconde una lagrima, come fossimo dei genitori inteneriti. O almeno così desidera il film.
Ovviamente nel loro viaggio denso di maltrattamenti (mai realmente violenti, per carità, è pur sempre una favola) troveranno aiuto vero solo dai propri pari, in un “momento freaks” in cui entreranno in contatto con altri storpi o mutilati dai quali saranno finalmente accettati.
A tutto ciò non mancano i sogni del più protagonista dei due, lo storpio sfigurato in volto dalla lebbra avuta in gioventù, che rivive il suo passato o anche gli eventi della giornata in incubi lievi che melodrammatizzano ancora di più la sua vita o che, al culmine dei tentativi di strappar lacrime lo fa specchiare e vedere con un volto e un corpo normali, come non avesse mai avuto la lebbra.