Cannes 72 - Little Joe, la recensione
C'è una pianta che forse rilascia spore che inducono le persone a disinteressarsi degli altri in Little Joe, o forse no, forse siamo sempre stati così
Il risultato infatti non sarà una pianta parlante ma una piccolina il cui polline, forse, stimola chi lo odora a proteggerla, a discapito di chiunque altro. Non certo un film di Corman ma più uno cinico che pare scritto da Yorgos Lanthimos (solo con meno umorismo).
Austriaca come Michael Haneke, Jessica Hausner usa qui il medesimo espediente del regista di Niente Da Nascondere, un evento strano e inusuale scuote un equilibrio, introduce dei dubbi e fa crollare le sicurezze costruite fino a quel momento, facendo venire i dubbi anche allo spettatore che capisce quanto di falso ci sia in ciò che ci sembra stabile e sicuro. Però Jessica Hausner, che con Lourdes si era occupata di religione e ora si butta nella scienza con uguale scetticismo, non vuole imitare davvero Haneke, solo prenderne il cinismo e inserirlo in una blanda cornice horror, un po’ goffa quando si avvicina troppo al genere e più centrata invece quando gestisce la tensione del mistero e dell’incombere di una minaccia che non sappiamo se esista davvero.
Little Joe questa sensazione di epidermica tensione ed evidente scomodità la raggiunge con un controllo sull’immagine pazzesco, fatto dei soliti colori leggeri (qui domina il verde acqua) e di alcuni spruzzi di espressionismo tedesco pesante (le pareti di casa storte in un risveglio in camera da letto). Jessica Hausner riesce a concepisce i suoi film a partire dalla scenografia, ma anche a lavorare sul sonoro benissimo e una volta tanto a mettere tutto questo al servizio di una storia in cui forse il mondo sta impazzendo o forse la protagonista si è resa conto solo ora che a nessuno è mai davvero importato di lei e gli esseri umani fanno schifo.
Come in una trama di Philip Dick alla fine viene il sospetto che capire se quel che viviamo è reale o finto sia la domanda più importante da porsi.