Cannes 72 - Sibyl, la recensione
Annaspando tra metafore scontate e allegorie abusate Sibyl cerca di celebrare il set ma non è capace di coinvolgere il pubblico in quest'amore
Così se all’inizio l’idea è che “rubare” le storie e le vite dei pazienti per farne finzione è un processo che risveglia ricordi e fantasmi interiori della protagonista (che vediamo in flashback), dopo diventa che il set è il cuore dell’emotività umana.
Come fosse il nocciolo dei sentimenti, una supernova di pura umanità una volta entrati nella cui orbita tutto diventa sconvolgente ed è complicato rimanere sani di mente, il set è l’altare cui il film si genuflette. Il co-protagonista del film è infatti il padre del bambino di cui l’attrice è incinta, ma in realtà è anche fidanzato ufficialmente con la regista. Il triangolo mortale prende la psicologa tra l’incudine e il martello. Tutto sullo sfondo selvaggio di Stromboli dentro il quale la vediamo muoversi nella più scontata delle allegorie naturalistiche. Al culmine dei metaforoni poi la psicologa/scrittrice dovrà sostituire la regista e dirigere i suoi personaggi/attori/pazienti.
E dire che Sibyl sarebbe anche ben scritto e montato, tuttavia pensa di essere molto ma molto più introspettivo di quel che non sia, ha una passione tutta speciale per lo scavalcamento di campo ad arte e ne abusa fino a che non è più ad arte.
Una morale finale sulla vita come finzione chiude un film innamorato di sé, del proprio lavoro e del proprio mondo che non è mai in grado di condividere quest’amore con il pubblico.