Elemental, la recensione
A partire dalla metafora molto semplice di una società di elementi che rispecchia la multiculturalità americana, Elemental complica tutto
La recensione di Elemental, il nuovo film dei Pixar Animation Studios, presentato in chiusura al festival di Cannes
L’intreccio è basilare: c’è una coppia di opposti che vive un’avventura contro il tempo per salvare qualcosa che ha un valore sentimentale, mentre lo fa stringe un legame osteggiato dal loro mondo. Sono un ragazzo d’acqua (primo elemento ad essere arrivato in quella terra, quindi il più integrato e ricco) e una ragazza di fuoco (ultimo elemento ad essere arrivato, quindi relegato in borgate, mediamente più povero e spesso disprezzato dagli altri); lui sentimentale, empatico, lei molto dura e razionale. Il villain è la burocrazia (da tempo Disney e Pixar si sono sbarazzati dei cattivi e forse anche per questo Zootropolis era più audace e radicale sotto quell'aspetto), cioè un sistema di regole contro le quale battersi che vincola le persone e gli fa dare il loro peggio.
Non è difficile immaginare come l’avventura piena di corse e salvataggi finirà per unire questo personaggio femminile con caratteri tradizionalmente associati agli uomini (dura, d’azione, sempre pronta a scoppiare e bisognosa di essere sciolta) e questo personaggio maschile sensibile, empatico e piagnone, pronto a dimostrare quanta forza ci sia in un animo gentile. Su queste caratteristiche base un team di sceneggiatori che vengono dalla produzione e di Peter Sohn (già regista del deludente Il viaggio di Arlo), riesce ad applicare la precisione e la cura Pixar a qualcosa di un po’ didascalico ma troppo ben realizzato per essere pedante. Troppo ben costruito è l’arrivo all’apice sentimentale per poter obiettare che sia scontato. Troppo significativo e visivamente appagante è l’amore che fa ribollire l’acqua per accusarlo di banalità.