Futura, la recensione | Cannes 74
Con l'imprevisto arrivo della pandemia, Futura è diventato un documentario che esplora i sogni prima e dopo che il presente li modifichi
Di tutte le possibili ragioni per rispolverare la trovata di Comizi d’amore di Pasolini (girare l’Italia e chiedere a persone diverse di estrazioni diverse cosa ne pensino di un certo argomento), fare domande ai ragazzi sul futuro forse è la migliore.
Proprio perché questo documentario ha un particolare interesse, racconta molto con le sue interviste e sa, quando deve, parlare con le immagini, non è chiaro come mai si sia scelto di usare anche, ogni tanto, la voce fuoricampo di Alice Rohrwacher. Quel che dice non è strettamente indispensabile alla comprensione di quel che vedremo (tranne quando occorre spiegare che tutto si è fermato per il lockdown) ma semmai serve ad astrarre il discorso su un piano che alla prosa (dei ragazzi, come sempre molto concreti) preferisce la poesia. Questo lo allontana invece che avvicinarlo ai suoi obiettivi e smorza la forza pragmatica (e contemporaneamente naif) degli intervistati. Come se Futura non si fidasse della capacità che invece ha di fare il medesimo lavoro con le immagini invece che con le parole.
È infatti la maniera di guardare, tagliare e montare gli sguardi di questi ragazzi intervistati sempre in gruppo (di nuovo, come Pasolini) a dire tutto quel che c’è da dire su di loro. Specialmente le ragazze quando sono tra di loro sono guardate con un amore e una partecipazione che sarebbe facile imputare ad Alice Rohrwacher (perché appartiene al suo cinema ma di fatto non è mai esplicitato chi abbia girato cosa), è che è il miglior esempio di come Futura costruisca sopra Comizi d’amore. Quel documentario dal punto di vista della messa in scena era molto elementare, mentre questo ha un punto di vista già nelle immagini, esprime un sentimento e non lascia che i ragazzi si raccontino da soli, li vuole proprio raccontare, vuole imporre un modo di guardarli. Uno mai paternalistico, mai intenerito, mai superiore ma semmai appassionato. Il che in sé è rivoluzionario.
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