Scompartimento n.6, la recensione | Cannes 74
Scompartimento n.6 riesce a fare in modo che, in uno scenario gelato di distacco e volgarità, una relazione tra un ragazzo e una ragazza lentamente si scaldi.
Accade raramente che un film apra un nuovo mondo, cioè che riesca a raccontare qualcosa che nessuno aveva raccontato prima e nel farlo colga lo spettatore impreparato, che gli regali una “prima volta”. Anche quando come in questo caso siamo vicini a molto altro cinema può ancora capitare che qualcuno scavi una nicchia in un argomento molto abusato, per scoprire un piccolo luogo dell’essere umani che nessuno aveva esposto così precisamente.
Ci vorrà un film intero e diversi eventi in questo viaggio lentissimo fatto di pause anche da 40 minuti, per riscaldare la relazione.
Al centro c’è un po’ la difficoltà nordica nello stabilire legami umani, ma pure a noi il film parla moltissimo di questioni semplici ed esperienze emotive concrete (ed è stupendo che lo faccia in uno scenario originalissimo, lontano da tutto e tutti come potrebbe essere un viaggio nello spazio).
Non c’è di certo un grande amore al centro di tutto e nemmeno una storia clamorosa come si fa di solito, anzi, quello raccontato è un incontro che lentamente sollecita piccole emozioni e un’affezione abbozzata, esattamente quelle che nessuno racconta mai. E Scompartimento n.6 mette bene in chiaro che in realtà non esistono sentimenti semplici, che anche i più modesti hanno diverse implicazioni, necessarie anche solo ad aprirsi poco, e che se guardati da vicino anche i più trattenuti smottamenti sono commoventi (in una delle scene più belle lei tramite un disegno riesce ad aprire una piccola breccia in lui che quando si accorge di aver esposto involontariamente qualcosa di intimo spaventato scappa).
E che questo sia poi punteggiato dall‘umorismo finlandese, mai spumeggiante o dichiaratamente allegro ma molto forte nel sottolineare con minimalismo povertà, ignoranza, disperazione o anche solo l’insensata stupidità della vita, è un bonus che completa il quadro del film e riesce a far suonare la storia reale, completa anche dell’ordinario ridicolo quotidiano e per questo non artificiosa.
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