I dannati, la recensione | Cannes 77
Un film di finzione che sembra un documentario, ma è sempre lo stesso ibrido di Minervini. I dannati è meglio in teoria che in pratica
La recensione di I dannati, il film di Roberto Minervini presentato in Un certain regard a Cannes e subito in sala
Per tutto I dannati un plotone di soldati in marcia cammina, risolve piccoli problemi, a un certo punto cerca di sopravvivere a una sparatoria (unico attimo in cui c’è un’azione) e soprattutto dialoga. Da sempre interessato all’America che nessuno racconta qui Minervini espone cosa pensano gli americani di comunità, religione, differenze sociali e ricerca della felicità. In quell’America lì, spezzata in due, si fanno discorsi e si dicono cose che, non a caso, stanno bene anche nell’America polarizzata di oggi. Non serve sapere altro, non c’è background dei personaggi, non sappiamo come si chiamano, non sappiamo da dove vengono o cosa vogliono. Non sono personaggi proprio, sono soggetti parlanti senza identità che in quanto tali esprimono idee che sono espressione del sentire comune (o almeno di alcune versioni del sentire comune).
Tutto chiaro ma non tutto impeccabile. Queste scelte non fanno infatti un gran servizio al film e alla gran fattura di Minervini. L’impegno profuso nella creazione di questa atmosfera nevosa, da terra di nessuno, in una natura realmente ostile se non proprio indifferente con una luce che pare sempre quella dell’alba, viene un po’ frustrato da quel che accade al suo interno. I dialoghi che costituiscono il 90% di I dannati infatti oltre ad esporre dei temi non vanno da nessuna parte. Non costruiscono un senso all’interno di un film. E se riprendere dei dialoghi che non creano un vero senso ma sono espressione di alcune persone in un momento storico è perfetto in un documentario, in un’opera di finzione non fa che far perdere lo spettatore, che continua a chiedersi dove vada a parare quel che vede.