Jeanne du Barry, la recensione
Salvato dalla scelta di avere Johnny Depp come re Luigi XV, il Jeanne du Barry di Maiwenn è un film di un moralismo impensabile
La recensione di Jeanne du Barry, il film Maiwenn che ha aperto il festival di Cannes 2023
Jeanne du Barry è uno di quei film in cui mentre la protagonista rompe il protocollo tutti intorno a lei mormorano: “Ma è uno scandalo!” o “Che impudenza!”, e i servitori muti e fermi sorridono in approvazione. Maiwenn non esita ad applicare in tutto e per tutto il punto di vista moderno per il suo personaggio, capace di vedere il ridicolo nei rituali di corte come li vediamo noi, che rifiuta la lingua formale ed è spigliatissima, che nota le assurdità della vita di un re come se non appartenesse al proprio tempo (ma anche il re concorda con lei!). È parte della rigida divisione che questo film opera tra personaggi moderni (i buoni) e antichi (i cattivi), in cui i primi sono pieni di tolleranza e inclusività, non sono annebbiati e vedono le cose per come stanno. L’emblema dei nostri anni.
Ovviamente i racconti del passato da sempre sono animati dallo spirito del tempo in cui sono scritti o girati, perché in realtà è sempre di quel presente che parlano, ma Maiwenn lo fa con un moralismo impossibile da tollerare. Usa il metro contemporaneo per giudicare personaggi che, benché realmente esistiti, lei stessa ha scritto in questo modo (con Teddy Lussi-Modeste e Nicolas Livecchi) appositamente perché fosse facile giudicarli. Per mostrare a noi cosa sia giusto e cosa invece evidentemente sbagliato con il malcelato intento di educare le masse.
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