Kubi, la recensione
Eterogeneo, folle e pieno di cambi di genere, Kubi contiene il meglio (in piccole dosi) e il peggio (in ampie) del cinema recente di Kitano
La recensione di Kubi, il film di Takeshi Kitano presentato a Cannes
I personaggi in gioco sono un dei grandi signori del Giappone che va verso l’unificazione, un folle sadico; i suoi generali (tra cui lo stesso Kitano) intenti a pensare alla carriera, come diventare più importanti, come succedere ai colleghi morti e prendere il potere; un ex ninja che ora gira con una compagnia di intrattenitori che si trova preso nello scontro tra importanti casate e si schiererà; un paesanotto in cerca di gloria che si arruola, uccide il suo amico e vive con lo spettro di quella morte a perseguitarlo. Saltiamo tra le loro storie mentre la guerra infuria, senza quella scansione chiara del cinema epico cui siamo abituati ma più con l’anarchia delle idee di Takeshi Kitano e questo nonostante, organizzazione del racconto a parte, stilisticamente Kubi non abbia una grande personalità, anzi escluse le sequenze di commedia sia molto generico.
Kitano ovviamente sta con i livelli più bassi di questa storia, con chi materialmente combatte più che con i generali che mandano a morire i loro sosia e rimangono nascosti. Non obbedisce di certo alla retorica del valore e del coraggio, anzi al prende in giro e quello che emerge è solo il caos in cui i morti in battaglia (teoricamente uccisi per la causa) sono cadaveri generici e inutili tanto quanto i morti stupidamente uccisi nei palazzi dei nobili, uccisi per intrighi o per errore. I cadaveri sono sempre cadaveri e tutte le morti sembrano inutili, futili, cretine. È un mondo di stupidi e quindi di morti. Solo i pochissimi che sopravvivono hanno un minimo di dignità. E farà abbastanza ridere chi sceglie di tenere in vita.