Monster (Kaibutsu), la recensione
In un genere che conosciamo Monster introduce una nuova complessità per portare lo spettatore a capire gli esseri umani
La recensione di Monster, il film di Hirokazu Kore'eda presentato in concorso al Festival di Cannes
Monster è studiato solo apparentemente come i film che rinarrano più volte i medesimi fatti mostrando il medesimo lasso temporale da punti di vista diversi. In realtà fa molta attenzione a non proporre mai due volte la stessa scena e seguendo ogni volta un personaggio diverso non cambia solo quello che sappiamo sui fatti ma proprio i caratteri degli altri personaggi. Non solo ognuno guarda la realtà diversamente ma ognuno percepisce le altre persone diversamente a partire dalle proprie paure e dalle proprie convinzioni. Così inizialmente, quando seguiamo la tutrice di un bambino, ci sembra che la storia sia quella di un ragazzo problematico, picchiato da un insegnante e di una scuola omertosa che lo copre e avalla questo comportamento malato. Ci sembra addirittura che il bambino abbia sviluppato autolesionismo e che possa suicidarsi da un momento all’altro. Ma è solo la paura di questa donna. Tutto cambierà più volte lungo il film e ad ogni tornata il “mostro” sembrerà qualcun altro non solo grazie alla scrittura ma attraverso la recitazione, la color correction e lo score di Ryuichi Sakamoto, ogni volta orientati diversamente in modi così sottili da non accorgersene.
Il crinale percorso da Monster, non c’è da nasconderselo, è difficilissimo. Lavora sulla frustrazione dello spettatore molto molto a lungo, almeno per tre quarti della durata, rischiando di perderlo e chiedendogli di avere fiducia che tutto arriverà ad una soluzione e che questa strana maniera di procedere, apparentemente faticosa, in realtà alla fine pagherà. E come se paga! Ma bisogna arrivarci. Alla fine capiremo che bambini e adulti vivono negli stessi ambienti, nelle stesse famiglie e frequentano gli stessi luoghi ma sembrano totalmente separati, come nessun film era riuscito a mostrare, interagiscono ma è come se non si parlassero e quindi non si capissero. E questo avviene proprio perché sono esseri umani, hanno desideri, paure e amori. Come noi che guardiamo.
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