Nuovo Olimpo, la recensione
Tra immagini da grande cineasta e momenti di ridicolo involontario Nuovo Olimpo non regge il peso delle sue ambizioni
La recensione del film di Netflix Nuovo Olimpo, presentato alla Festa del cinema di Roma e disponibile sulla piattaforma dal 1° novembre
La maniera in cui Ozpetek riesce a creare in un pugno di scene un’equivalenza tra comprare un biglietto per quel cinema e accedere a un mondo più libero, un mondo che non è solo di sesso ma è anche di sentimenti, in cui si danno appuntamenti, si conta di trovare la persona che si desidera e magari poter concretizzare un sentimento, è in sé una visione del cinema (adesso non più inteso come la sola sala) trascinante: il cinema è il luogo dei sentimenti liberi, dell’essere se stessi, delle esperienze intense. Letteralmente. Qualcosa degno di essere non la copia di Almodovar ma ispirato da Almodovar.
È solo uno di diversi colpi da gran cineasta di cui è tempestato Nuovo Olimpo (più in là una sequenza musicale sarà interrotta bruscamente sorprendendo lo spettatore con un controcampo che salta avanti di parecchi anni, dicendo molto con solo un taglio) che tuttavia è un film così mal condotto e così pieni di problemi da non riuscire mai a tenere un livello adeguato alle sue idee migliori. È una questione soprattutto di attori. Andrea Di Luigi e Damiano Gavino non riescono mai ad essere all’altezza dei ruoli principali, faticano con quello che gli viene chiesto e non possono veicolare con la classe necessaria a non far scadere in pessima soap gli intrecci necessariamente di grana grossa del melò. In particolare Gavino è affossato dal peso di avere il ruolo più difficile, il maschio introverso che parla poco e che dovrebbe tradire tutto quel che non dice, e non riesce proprio a recitarlo.