Occupied City, la recensione
Steve McQueen fa una mossa da Wiseman ma ci aggiunge un doppio livello, Occupied City purtroppo non sempre funziona
La recensione di Occupied City, il documentario di Steve McQueen presentato al Festival di Cannes
Dalle immagini delle 4 ore di Occupied City la grande città appare come una piccola comunità, tranquilla e gentile. È tuttavia solo metà del documentario perché la voce fuori campo dice altro. Su quel tappeto di immagini e per ognuno dei luoghi ripresi, viene indicata la strada e il civico e raccontato cosa accadde lì durante gli anni di occupazione nazista, quando la morte e la paura erano ovunque. Storie di ribelli, collaborazionisti, famiglie ebree nascoste, ufficiali, combattenti per la libertà, stamperie, riviste di resistenza e famiglie terrorizzate. Tutta materia terribile di cui tuttavia non sembra esserci nessuna traccia oggi, nelle immagini. Quel contrasto lì tra ciò che si sente e ciò che si vede è il punto di tutto e attraverso McQueen stimola connessioni nella testa di ogni spettatore.
Ancora più in profondità, alla ricerca di ulteriori spunti, McQueen ha girato le sue immagini nei mesi di pandemia, tra lockdown, vaccinazioni, distanziamento sociale, mascherine e tentativi di tornare alla normalità. Il suo giudizio sulla storia, sulla città oggi e sul parallelo tra la Amsterdam occupata dai nazisti e quella dei tempi di Covid non c’è, l’abilità sta tutta nel creare le associazioni cercando di indirizzare il meno possibile gli spettatori. Quello che emerge è una strana forma di eterna rigenerazione, l’impressione che nonostante tutto quello che possa accadere a quella città, a quelle persone, a quel popolo, poi Amsterdam possa sempre ripartire, dimenticare e ricostruire, superare i traumi e ripopolarsi. Dei nazisti e di quelle tragedie non c’è traccia, il distanziamento o i lockdown sembrano non influire.