Red Rocket, la recensione | Cannes 74
Texas, fanfaroni, poveri diavoli e un porno attore in cerca di riscatto, Red Rocket è una commedia che si nutre di posti e non attori
Sean Baker parte dai luoghi.
Red Rocket è una storia che nasce e vive intorno ad una raffineria nel Texas, case e casette di legno di una comunità che vive ai margini di quello stabilimento anche quando non ha niente a che fare con esso. Lì arriva un porno attore senza più niente, costretto a strisciare in ginocchio dalla sua ex che lo riprende mal volentieri a casa con sé e sua madre. È un bugiardo seriale, un pallone gonfiato pieno di sé che in realtà medita di fare un po’ di soldi e poi scappare per rientrare nel giro del porno di Los Angeles. Ha anche già il piede di porco giusto: una ragazzina che ha conosciuto da Dunkin Donuts e che ritiene un talento in erba del sesso.
Come già il transessuale di Tangerine anche il protagonista di questo film è potente, elettrico, pieno di idee e solca i luoghi (in bici, non con i mezzi pubblici) sempre in cerca, sempre pieno di idee. Certo Red Rocket non ha la potenza di Tangerine, non vuole averla, è un film molto più leggero che calca come non mai sulla commedia e piega tutta la messa in scena verso quell’impalpabile serenità, sempre sporcata dai posti che ricordano a tutti dove siamo. In Baker il dramma non è mai in primo piano, è negli arredi, è nelle pareti scrostate e nelle facce smunte degli amici, nei corpi troppo secchi dei familiari, non c’è bisogno di parlarne. E Red Rocket, anzi, va in tutta un’altra direzione: sa ridere di tutto, anche di una famiglia malavitosa.
Red Rocket non è il capolavoro di Sean Baker che in molti attendono, ma un film attento e preciso, in cui come sempre questo regista bravissimo sa trasmettere un’umanità contagiosa per personaggi insalvabili da tutti tranne che da lui. Totalmente al di là del bene e del male. Del resto anche qui l’impressione è che ci sia più vitalità in una casetta di questo sobborgo trumpiano che in tutte le grandi metropoli messe insieme.