Regina, la recensione | TFF38
Nella classica storia di colpa e pena Regina non riesce ad innestare vera partecipazione
È questo uno dei generi più specifici del cinema italiano, quello in cui la morale dei personaggi prova a scappare alle gabbie dell’etica cattolica e, non importa che siano o no religiosi (in questo film non ci sono indizi in questa direzione), ma esiste qualcosa di più forte e di superiore a loro che li fiacca. Come in Il cattivo tenente, per quanto i personaggi provino a scappare al proprio giudizio sulle loro stesse azioni non ci possono riuscire, e la colpa diventa un’ossessione che fa stare male, fa vomitare, tormenta la mente.
Il film d’esordio di Alessandro Grandi in questo senso è un classico, uno studio di un personaggio sensibile come lo può essere un’adolescente, alle prese con un tormento interiore che è in conflitto con le possibilità che le si sono aperte nella vita. La vediamo girare intorno al dolore, approfondire le conseguenze delle loro azioni e rimestare nel senso di colpa. Sappiamo quel che prova e capiamo perché, in questo il film è chiarissimo (e non è per niente scontato) ma quel dolore non è mai raccontato.
Quel che succede è che ci viene solo mostrato che esiste. Regina è un film che denota e non connota. Dettaglio che fa tutta la differenza, perché possiamo capire ma non partecipiamo a fondo, non stiamo realmente con lei. Un salto in più lo poteva consentire la recitazione ma mentre Francesco Montanari è come sempre impeccabile tuttavia dagli spalti (non è lui il centro del film), la protagonista Ginevra Francesconi non è il tipo di attrice che può fare la differenza.
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