Scream VI, la recensione
Proseguendo sulla strada del precedente Scream VI ne tradisce tutti i presupposti finendo per essere il più scialbo tra i sequel
La recensione di Scream VI, al cinema dal 9 marzo
A tenere la barra dritta ci pensa l’inizio, unica parte del film che sembra effettivamente uscita dalla saga che ha sempre funzionato rappresentando la cinefilia nella cornice del giallo. Il cinema di tensione è in Scream il motore del desiderio di uccidere imitando i film, cioè il proprio oggetto del desiderio. Questo nella storia della saga ha sempre svelato la stupidità del fandom, punendo invece che esaltando la cinefilia maniacale, e così faceva il precedente. Adesso a New York, una delle due città del cinema americane, cinefili contemporanei di ambito accademico sembrano i protagonisti (e non era male!) prima che il film si diriga invece altrove. Rimarrà poi un solo personaggio a tenere il cerino delle teorie di Scream e del metacinematografico, ma di fatto il film si regge su altro, sulle famiglie e le dinastie.
Scream VI segna la definitiva contaminazione della saga con elementi delle soap opera quali le colpe dei genitori che ricadono sui figli, le contrapposizioni dinastiche, le storie d’amore usate come condimento e non come punto del racconto e la morte (o presunta tale) come stato dal quale tornare senza troppi problemi. E anche la nostalgia, che era così ben raccontata e affrontata nel precedente a partire da luoghi e oggetti, qui è trattata con maggiore grossolanità, con atteggiamento museale, esponendo i suddetti oggetti invece di farne un uso interessante. Un finalone in un cinema abbandonato trasformato in tempio della serie segnerà contemporaneamente il più facile e diretto riferimento metacinematografico ma anche quello che meno serve al senso del film. L’impressione è che fosse stato un altro il luogo non sarebbe cambiato niente.