The Girl With The Needle, la recensione | Cannes 77
È così maldestro e mal scritto The Girl With The Needle che finisce dove probabilmente non voleva andare: nel moralmente aberrante
La recensione di The Girl With The Needle, il film di Magnus Van Horn, in concorso al festival di Cannes
Le armonie potenti che di solito si usano per annunciare l’arrivo del dramma mortale in The Girl With The Needle sottolineano momenti di transizione, scene che non hanno nulla di particolarmente drammatico. È quel mondo lì a essere mostruoso, e del resto delle persone, quando si spegne la luce, continuiamo a vedere gli occhi, come puntini luminosi nel buio di creature che abitano il buio e attendono di predare. Così quando il marito della protagonista (sola al mondo e al lavoro in una fabbrica) torna dalla guerra con il volto deturpato e una maschera/protesi per nasconderlo non suona strano che sembri disumano e spaventoso. È un mostro della prima guerra mondiale (uno dei due che la ragazza incontrerà) con sindrome da stress post-traumatico che nessuno gli potrà diagnosticare.
Questa protagonista pessima prima lo lascia, perché spaventata dalle sue crisi e contemporaneamente affascinata dal padrone della fabbrica che promette di sposarla (salvo ritrattare perché la mamma non vuole), e poi finisce in casa con una donna per bene, pulita e di buon lessico, che traffica in neonati. Li compra da chi vuole liberarsene e poi li vende a famiglie che non riescono ad adottare (o magari vogliono fare prima). La protagonista, sensibile alla cosa perché lei stessa è passata attraverso una gravidanza, la aiuta. Questo, sia chiaro, è un film che cerca lo shock value dei neonati maltrattati, per aggiungere mostruosità a mostruosità, ma una volta che lo raggiunge (cosa non troppo difficile) non è che sappia bene cosa farci.