The Lost King, la recensione
Dentro a The Lost King, proprio dove pensiamo di trovare una storia da detective, ce n'è una di sensazioni senza che questo stoni
La recensione di The Lost King, il film di Stephen Frears disponibile su Sky dal 6 dicembre
È un errore infatti pensare che The Lost King racconti di una scoperta storica, in realtà racconta di come una donna abbia trovato un senso in una vita lavorativa grigia e priva di soddisfazioni, come attraverso la tenacia e la lotta con un mondo che non la considerava, abbia trovato anche una maniera per entrare in contatto più emotivo con il resto della sua famiglia. Stephen Frears e Steve Coogan ci mettono un gran mestiere, perché solo così si possono realizzare dei personaggi come i due archeologi, impossibili da posizionare sullo spettro che va dai buoni ai cattivi, aiutanti ma anche egoisti, onesti ma anche ambigui. Coogan in particolare scrive una sceneggiatura che benché non abbia la perfezione di Philomena, si muove nella zona del thriller psicologico all’inizio e solo poi su quella dello scontro con le istituzioni. Sempre con una piccola linea costante di commedia.
Lo stesso questo è un film che in 9 casi su 10 viene male, viene noioso, viene ripetitivo e per niente interessante e nel quale invece Frears, con la sua abilità a montare le scene, i dialoghi e a soppesare pesi e tempi di ogni scena, riesce a far emergere una punta di indignazione per le istituzioni e di amore per i ranghi più bassi dell’indagine storica, che è contagiosa e gioca molto bene con la dimessa piccineria che Sally Hawkins dà al personaggio. È ovviamente anche una storia di forza femminile, quel tipo di tenacia sensibile e impossibile da abbattere che non nasce dalla rabbia o da un’esibizione di forza, ma anzi da una inarrestabile quiete. Il fatto che The Lost King non voglia fare femminismo, cioè non sia attivo nel ribaltare i pregiudizi sui sessi, lo rende solo più potente.