The Seed of the Sacred Fig, la recensione | Cannes 77
Con The Seed of the Sacred Fig Muhammad Rasoulof chiude i conti col regime iraniano e dimostra tutta la forza politica dei grandi racconti.
La recensione di The Seed of the Sacred Fig, il film di Mohammad Rasoulof presentato al Festival di Cannes.
L'ultima volta che l'abbiamo visto nel cinema di finzione, quando vinceva l'Orso d'oro col bellissimo There Is No Evil (2021) Mohammad Rasoulof scomponeva in quattro ritratti umani il rapporto degli Iraniani col regime teocratico che li governa. I primi due, i più riusciti, fanno chiaramente anche da base per The Seed: uno era un padre di famiglia apparentemente normalissimo, che amava moglie e figlia ma che al momento buono (quasi anticipando La zona d'interesse) non batteva ciglio nel premere il bottone che impiccava una fila di condannati a morte. L'altro era un soldatino impaurito che, messo davanti allo stesso compito, trovava chissà come la forza di reagire.
Il colpo di mano di The Seed è immaginare che queste due figure, la Banalità del Male e il giovane ribelle, siano padre e figlio. O meglio padre e figliE, donne, che nel film precedente rimanevano un po' in secondo piano rispetto al meccanismo disumanizzante cui erano sottoposti kubrickianamente i soldati (Kubrick segnatevelo perché ci servirà più avanti). Da una parte abbiamo quindi il Padre (Missagh Zareh), un ufficiale recentemente promosso a giudice che abbandona presto gli scrupoli di umanità che gli restavano. Dall'altra le figlie (Mahsa Rostami e Satareh Maleki) il "seme del fico sacro" del titolo, ribelli e politicizzate. In mezzo, nell'interpretazione che incendia l'intero film, una madre-mediatrice lacerata dal dubbio (Soheila Golestani).
È quando poi l'azione si sposta all'esterno, in una casa di campagna vicino alle rovine di una cittadella abbandonata, che Rasoulof si supera, liberando quella claustrofobia in una sfida catartica fra oppressori e oppressi che fa capire per l'ennesima volta perché sia dovuto emigrare dal suo paese. Parlavamo di archetipi narrativi e di Kubrick: la seconda metà di The Seed poggia evidentemente sugli schemi della fiaba (Barbablù, il padre-orco) e lo fa con la mediazione nientemeno che di Shining (1980), che a tratti cita spudoratamente (il padre rinchiuso nella cella-cantina, l'inseguimento finale nel "labirinto" della cittadella, un cumulo di sabbia al posto di uno di neve) e rispetto al quale si pone come l'esperimento rispetto alla formula chimica:
Kubrick fornisce il grande archetipo fiabesco (il conflitto edipico, la casa prigione, la madre-alleata); Rasoulof lo riempie del suo presente storico e ne dimostra l'utilità universale. Il lento scivolare del padre nella follia paranoica diventa il lento acquiescere dell'uomo di regime alla normalità dell'uccidere. La fuga di madre e figlio diventa la ribellione delle figlie di un paese-Saturno che vuole divorarle e reprimerle. Eccolo, il potere di un grande racconto.