The Zone Of Interest, la recensione
Dietro a The Zone Of Interest c'è una grande intuizione di linguaggio filmico, ma il problema è che manca poi tutto il resto del film
La recensione di The Zone Of Interest, il film di Jonathan Glazer in concorso al Festival di Cannes
La torretta con le guardie è nello sfondo delle finestre, la ciminiera del forno spesso attiva e fumante sta dietro ai bambini che giocano in giardino, i muri hanno il classico filo spinato, scorgiamo i tetti a spiovente dei dormitori dei prigionieri, costantemente il paesaggio sonoro è composto da un sottofondo di spari, urla, ordini gridati e rumore di fiamme che bruciano. A tratti c’è anche il fumo dei treni che entrano nel campo con nuove vittime. C’è insomma tutto il mondo di riferimenti che conosciamo dal cinema ma sempre nello sfondo di queste questioni ordinarie di una famiglia, come ad esempio il problema di gestire un matrimonio e la carriera di lui che lo porterà probabilmente lontano da lì.
È un’idea realmente eccezionale (come non se ne vedevano da Il figlio di Saul), uno spunto perfetto per un film che non inizia mai però.. Benché marginalizzati i segni filmici dell’Olocausto si impongono lo stesso con forza sul senso generale di ogni immagine. Basta pochissimo, anche solo un accenno. Ma non c’è altro, The Zone Of Interest non è centrato sugli eventi del campo, non sugli esseri umani (che non hanno un vero arco o una storia propriamente detta) e nemmeno si focalizza su alcune loro caratteristiche per mostrare qualcosa di queste persone, che hanno creato o tollerato quegli eventi. Anzi. Jonathan Glazer evita con cura di approfondire qualsiasi argomento che non sia quello filmico, cioè la forza di quei segni accennati. Il film in definitiva parla di quello, di questioni di linguaggio cinematografico.