Poche donne in selezione ufficiale per il primo Cannes post-Weinstein, è una questione di quantità o qualità?
Il primo festival di Cannes #metoo ha 3 registe in selezione concorso e poco di più in selezione ufficiale, è un problema?
Tuttavia Guy Lodge, critico di Variety e del Guardian, è stato uno dei primi a chiedersi su Twitter come mai se una sezione parallela, la Semaine de la critique, ha un buona proporzione di registe donne (4 su 7), perché la stessa proporzione non possa trovarsi nel concorso (in cui invece sono 3 su 18)? Oggi la Quinzaine ha chiuso la fase di annunci completando l’elenco dei lungometraggi che vedremo a Cannes e tra le sue fila si contano 5 registe su 20 film.
If Critics' Week can include four female directors out of seven, there's no reason why the Competition lineup can only (at present) muster up three out of 18.
— Guy Lodge (@GuyLodge) 16 aprile 2018
In una conversazione condotta con la consueta fatica e le consuete difficoltà con cui si può discutere intorno a un tema simile su Twitter, Guy Lodge ha fortemente difeso la sua tesi e l’esigenza di iniziare a porre una questione quantitativa (quante donne ci sono?) prima ancora che qualitativa (come sono questi film selezionati?). Non le definisce assolutamente delle quote rosa ma il riconoscimento di una realtà che esiste e che merita spazio.

Nonostante possa sembrare un’imposizione, chi auspica la presenza di più donne nei festival da subito non la vede come tale poiché sostiene che i film da selezionare ci siano già e che, pure qualora non fossero straordinari, non sarebbe un problema visto che tutti i festival (Cannes in primis) sono pieni di film mediocri, solo che ad ora sono tutti diretti da uomini. Siano buoni o siano mediocri dunque più film diretti da donne meritano di stare lì.

Non avere un buona quota di film diretti da donne quindi, ma semmai avere quelli buoni e valorizzarli come meritano (non di più, né di meno) così da mettere in evidenza le possibilità di premi, incassi, riconoscimenti e apprezzamento che il cinema femminile può riscuotere. Quest’ipotesi qualitativa ovviamente non è compatibile con quella quantitativa, non è cioè possibile valorizzare il talento femminile e al tempo stesso essere sicuri di avere sempre un buon numero di film diretti da donne già ora. Quello semmai sarebbe il risultato auspicato nel lungo periodo, l’obiettivo da raggiungere.

Chi non ha pregiudizi sa bene che questo merito in realtà esiste, ma se siamo in una situazione che necessita di un cambio è proprio perché molti vanno convinti e imporre non è mai un buon modo di convincere.
Negli ultimi anni, anche prima dell’esplosione del movimento #metoo e di una generale più convinta presa di posizione nella lotta per le pari opportunità, la domanda di film diretti da donne ai festival è stata più discussa che soddisfatta. È insomma diventata un elemento degno di nota senza che però che le cifre siano realmente cresciute, è stato insomma usato come pubblicità, come vanto o al contrario come critica, senza risultati. E come potrebbe averne portati? La questione principale è che i film diretti da donne sono effettivamente meno di quelli diretti da uomini (per quanto la situazione oggi sia molto migliore, anche solo rispetto a 5 anni fa) e ci vorranno anni per arrivare ad una situazione accettabile.
Ma quello che ora, in un’era post-Weinstein in cui sembra che realmente sia interesse di tutti riequilibrare la situazione, dobbiamo chiederci: fa di più un Oscar ad The Hurt Locker (come anche in proporzione un trionfo ai David di Nico, 1988) e un’eventuale palma d’Oro ad un film diretto da una regista (è capitato una sola volta con Lezioni di Piano) o una costante maggiore presenza di questi film in tutti i principali festival?