In Danimarca qualcuno ha trovato la formula per non invecchiare. Il costo dello sviluppo del farmaco è altissimo ed efferato. Lo scoprirà a sue spese un’atleta che seguirà la scomparsa di una ragazza alla pari fino alla fabbrica/prigione in cui giovani donne sono tenute in gabbia, marchiate e alle quali sono praticate brutalità e orrori quotidiani in nome della scienza medica del ringiovanimento.

Il dettaglio più sorprendente di Breeder è che pur con la trama che si ritrova non è un film femminista. Ovviamente non è di certo l’opposto ma non ha quell’idea come obiettivo, non primariamente almeno. È un film più classico sullo sfruttamento da parte delle élite della materia prima umana in cui a voler ringiovanire sono più che altro uomini ricchi e solo dopo donne ricche. E se le brutalità sulle donne sono compiute da uomini, questi sono dei subnormali, dei meri esecutori con nessuna personalità né intenzioni proprie, al vertice della catena in realtà c’è una donna.

Allo sceneggiatore Sissel Dalsgaard Thomsen e al regista Jens Dahl (già sceneggiatore nel 1996 dell’esordio di Nicolas Winding Refn, Pusher) non interessano molto i temi politici, gli interessa molto di più creare l’ambiente di questa fabbrica abbandonata in cui avvengono esperimenti e spingere tantissimo sull’acceleratore della violenza minacciata e praticata. Breeder vuole essere scioccante in certi punti (ogni tanto ci riesce, in altri momenti è più l’ambizione che la riuscita), vuole divertirsi prima a torturare e poi, non stupirà nessuno, a consentire la vendetta.

È un peccato che a fronte di tutto ciò a Breeder manchi poi la capacità di inventare davvero, cioè di trovare modi propri di mettere in scena quella devastazione umana. Abbigliamento, luci, gabbie e tutto l’immaginario legato alla prigionia è derivativo e anche quello medico/sanitario (la gigantesca siringa vaginale) ha il sapore di Cronenberg. Solo una certa ossessione per le urine pare originale.
Riferimenti tutti più che giusti e lodevoli, che danno vita ad un film godibilissimo, ma viste le premesse e soprattutto le intenzioni era lecito aspettarsi di più.