Breeder, la recensione | TFF38
Qualcuno sta per trovare il farmaco che fa ringiovanire e lo fa con una violenza impressionante. Breeder però prende in prestito e non inventa
Il dettaglio più sorprendente di Breeder è che pur con la trama che si ritrova non è un film femminista. Ovviamente non è di certo l’opposto ma non ha quell’idea come obiettivo, non primariamente almeno. È un film più classico sullo sfruttamento da parte delle élite della materia prima umana in cui a voler ringiovanire sono più che altro uomini ricchi e solo dopo donne ricche. E se le brutalità sulle donne sono compiute da uomini, questi sono dei subnormali, dei meri esecutori con nessuna personalità né intenzioni proprie, al vertice della catena in realtà c’è una donna.
È un peccato che a fronte di tutto ciò a Breeder manchi poi la capacità di inventare davvero, cioè di trovare modi propri di mettere in scena quella devastazione umana. Abbigliamento, luci, gabbie e tutto l’immaginario legato alla prigionia è derivativo e anche quello medico/sanitario (la gigantesca siringa vaginale) ha il sapore di Cronenberg. Solo una certa ossessione per le urine pare originale.
Riferimenti tutti più che giusti e lodevoli, che danno vita ad un film godibilissimo, ma viste le premesse e soprattutto le intenzioni era lecito aspettarsi di più.