La Fracture, la recensione | Cannes 74
Pensato per raccontare e semplificare le divisioni sociali La Fracture fa l'uso minimo dei suoi strumenti e non sa mettere a frutto nulla
L’ospedale di La Fracture è il più classico dei microcosmi umani, il posto i cui giungono tutti da tutte le estrazioni, di tutte le ideologie, tutti con la medesima esigenza nelle mani di una struttura gestita dallo stato. È un tipo di metafora molto forte lungo tutto un film che mostra contrasti molto molto vecchi in una nuova foggia, idee politiche che vengono dal ‘900 rimescolate per spiegare e raccontare il mondo moderno.
Ci sono i gilet gialli, un po’ scemi ma con il livore di chi è stato messo ai margini dalla società, ci sono i manifestanti e c’è la polizia che li carica. Ci sono le due donne di buon reddito che sono lì perché una si è fatta male ma si stanno lasciando e questo le rende nervose e ci sono infermieri e medici che lavorano in condizioni non proprio eccezionali ma con un’etica di ferro.
Presa per il suo solito ruolo (donna nevrotica, un po’ snob e involontariamente divertente) è la linea comica del film. Comica di un umorismo slapstick, molto fisico e continuamente al centro dei dialoghi con parlantina svelta e nervosismi. Siamo lontanissimi dall’uso che ne aveva fatto invece Paolo Virzì in La pazza gioia, dandole il personaggio di una persona mentalmente squilibrata e comunque facendola recitare con molto più contegno e minimalismo, affidandole un umorismo di parola (i cui tempi centrava benissimo) e mettendola al centro con garbo. Qui invece è una macchietta, mai davvero gestita e sempre messa lì chiedendola di farci ridere con i suoi tormentoni.
La Fracture è insomma grossolano in tutto. Grossolano in come gestisce gli attori, grossolano nella maniera in cui vorrebbe far indignare gli spettatori seguendo le sue idee e grossolano nel cercare di fare una commedia amara, assolvendo infermieri e medici, raccontando di un paese diviso solo in superficie ma tutto sommato unito nella difficoltà.
I personaggi non sono mai persone autonome ma sono sempre esponenti e simboli della proprie categorie. Ogni cosa che fanno ci parla non di loro ma della loro categoria. Il peggio.