Forse non è stata la miglior Mostra di Venezia per qualità media (pochi i film davvero inaccettabili, molti quelli buoni, rarissimi i capolavori indiscutibili) di certo è stata un’edizione “potente”. Al Lido c’erano i film che tutti i festival volevano. Esclusi quello di Xavier Dolan e Steve McQueen (contentino di Toronto), c’era tutto ciò che ci poteva e doveva essere, inclusi anche titoli che sarebbero stati di Cannes non fosse per la scelta suicida di chiudere a Netflix. Che poi non tutti siano stati all’altezza dell’aspettativa è, una volta tanto, secondario perché di fatto erano i più difficili da avere e i più desiderati.

I tre western in concorso, uno dei dettagli e delle peculiarità più evidenti dell’edizione, sono tutti andati a premi in un risvolto imprevedibile che conferma l’approdo alla Fase 2 della trasformazione dei festival (processo che coinvolge tutto il mondo ma nel quale Venezia ha fatto uno scatto negli ultimi anni fino ad arrivare a condurlo). Se è ormai assodato che “Il cinema di genere è il nuovo cinema d’autore”, come ha detto lo stesso Barbera nella conferenza stampa d’apertura, ratificando quel che molti avevano notato proprio dalle sue selezioni dei passati anni, adesso quei film vincono anche.

Prima stupivano e meravigliavano tutti, finendo regolarmente nelle liste dei migliori visti al festival ma a bocca asciutta, ora i film di genere vincono, grazie anche al grande calcio d’inizio dell’anno scorso con il Leone d’Oro a La Forma Dell’Acqua. Aumentandone la quantità ne aumentano anche le possibilità di vittoria ovviamente ma la sensazione è che di fatto si sia un po’ scavallata una piccola collina. Per un motivo o per l’altro le giurie di Venezia erano state negli anni passati molto più tradizionali della selezione. In concorsi fenomenali per innovazione e audacia vincevano film austeri e molto tradizionali, scelte sicure “a forma di festival” (per quanto paradossale premiare un film filippino di 4 ore è una scelta sicura in un festival). Ora forse qualcosa sta cambiando.

Non sono solo i tre western a dircelo ma anche il fatto (senza nessun precedente davvero) che tutto l’elenco dei vincitori (indiscutibile da qualsiasi sostenitore del #metoo) è composto da film che, belli o brutti, sono buonissimi per il grande pubblico. Non blockbuster ovviamente ma nemmeno opere di nicchia, sono tutti film che possono fare un buon risultato al botteghino (almeno quelli che usciranno in sala) e ottenere passaggi importanti negli sfruttamenti successivi. Sono tutti soprattutto d’orbita anglosassone.

Con nessun italiano a premi per la seconda volta nell’ultimo decennio continuiamo a svincolarci da una tradizione provinciale che voleva un obbligatorio contenito al cinema italiano, acquisendo il coraggio e la serietà delle manifestazioni internazionali più serie. Certo quest’anno è paradossale visto che non sarebbe stato una vergogna dare un premio, magari anche grande, ad uno dei 3 italiani.

Hanno invece vinto film diretti da un messicano, un greco, un francese, un’australiana e tre americani (di cui due sono fratelli), eppure cinque dei sei lungometraggi premiati sono parlati in inglese. Ancora più clamoroso tutti tranne uno hanno nei credits almeno un nome passato per Hollywood. È una vittoria del cinema mainstream di fatto. Questo significa che poca attenzione andrà a film che invece ne avrebbero avuto bisogno (nessuno dei premiati di quest’anno necessita di un grande premio per farsi notare) ma anche che, una volta tanto, il bollino che indica la vittoria di un premio a Venezia non sarà sinonimo di sale vuote e magari si potrà iniziare a ricucire il rapporto con il pubblico più vasto. Sempre che non sia troppo tardi.

E per l’appunto le sale saranno la questione delle prossime settimane (speriamo non dei prossimi mesi) perché due di questi film, tra cui il Leone d’Oro, potrebbero non passare al cinema o farlo in maniera fugace e solo su schermi “selezionati”, visto che appartengono a Netflix.

Fermo restando che in linea di massima i vincitori degli altri anni hanno fatto passaggi rapidissimi in sala lo stesso, sempre se li hanno fatti (e non è che siano stati una miniera per gli sfruttamenti successivi), è vero che per la prima volta non tutti potranno vedere il vincitore del Leone d’Oro. Nemmeno in home video. Sarà visibile solo a chi è abbonato a Netflix.

 

 

Pedro Almodovar, presidente di giuria di Cannes due anni fa, aveva detto che non avrebbe mai voluto dare la palma ad un film che non sarebbe passato per le sale. Guillermo Del Toro invece ha rotto un argine che tutti sapevamo prima o poi sarebbe caduto (il prossimo, più grosso, sono gli Oscar, non sarà quest’anno forse ma accadrà).Tuttavia non è nulla di clamoroso né di nuovo. Già gli Emmy e i Golden Globes da decenni premiano prodotti televisivi non necessariamente per tutti ma di proprietà di canali a pagamento, ora anche le manifestazioni d’arte possono farlo.

Vedere il cinema migliore in assoluto prima voleva dire pagare un biglietto, ora vuol dire pagare un abbonamento, come la grande tv, chi non vuole farlo non lo vede. Non è una decisione che qualcuno possa fermare, è un dato di fatto a cui parte dell’industria aderisce. Proprio un colosso del cinema come Cronenberg infatti, ritirando il Leone alla carriera, ha detto di preferire di gran lunga Netflix sul suo televisore 50 pollici alla sala. Sempre di più identificare il cinema con le sale è un concetto che diventa sbagliato. È duro per la generazione di cinefili che è in quei luoghi si è formata ma lo è molto meno per chi i film migliori della propria vita, i grandi capolavori che ti cambiano l’esistenza, li ha scoperti in casa grazie alla tv o al computer, non per questo amandoli di meno, e che a quell’oggetto (ieri associato ad una qualità bassissima, oggi non più e figuriamoci domani) è legatissimo e deve tutto.

Rimane solo un cruccio in questa incredibile cavalcata che è il secondo ciclo di Alberto Barbera: la scoperta.

Nulla di quel che il festival ha scoperto come autori, attori o stili si è imposto all’attenzione internazionale. Venezia è diventata la porta agli Oscar, ha moltiplicato pubblico e accreditati (non servono i numeri, si vede di anno in anno con le file più lunghe e i posti che non si trovano) e quindi anche sponsor e prestigio (anche qui, è così tangibile e visibile il cambiamento che non c’è bisogno di dati), eppure nonostante non pochi esordienti siano stati lanciati, anche nel concorso, quasi nessuno è diventato un’autorità o un autore amato. Forse solo Brady Corbet, prima in Orizzonti con L’Infanzia di un Capo e ora promosso in concorso con Vox Lux, è un nome scoperto e valorizzato dalla Mostra.
Non è che la Mostra si sia concentrata più sui grandi nomi dimenticando il nuovo, il lavoro c’è stato e l’ambizione e l’audacia anche, ma le scelte non sono state premiate.

Quest’anno prima del festival Barbera si era speso dicendo di essere riuscito a convincere Pablo Trapero ad andare fuori concorso (il film era La Quietud ed è piaciuto molto) per mettere invece nella competizione un film di uno sconosciuto come Acusada. Mossa senza dubbio audace per un film che nessuno avrebbe detto che poteva stare in concorso. Tuttavia, ancora una volta, non ha funzionato e Acusada non ne è uscito benissimo.
Ecco se ancora Venezia può avere dei margini di espansione è lì, nel diventare la piattaforma migliore per le opere prime, quello che ad oggi è un fortino di Cannes (anche grazie alla sezione autonoma, la Quinzaine des Realisateurs) per nulla facile da espugnare.

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